Intervista a Fabrizio Tollari, Area Sviluppo Sostenibile Responsabile Unità Clima ed energia ART-ER Regione Emilia-Romagna
Dal vostro osservatorio, che livello di maturità è stato raggiunto oggi sul tema CER?
L’Emilia-Romagna è stata tra le prime regioni a muoversi in questo ambito. Quando ancora si stava sperimentando l’idea stessa di Comunità Energetica, il sistema regionale preposto all’innovazione ha reagito molto rapidamente: sono nati progetti pilota, sono state avviate sperimentazioni e si è iniziato subito a ragionare su come tradurre questo nuovo paradigma in strumenti concreti.
Successivamente, quando il quadro normativo ha definito in modo più preciso cosa fosse una CER, il territorio ha risposto con altrettanta rapidità. Si è sviluppato un vero e proprio ecosistema di esperienze che ha coinvolto amministrazioni locali, cooperative, associazioni, imprese e cittadini.
Anche il sistema istituzionale regionale ha dato un segnale importante. Mi riferisco in particolare alla Legge Regionale 5 del 2022, che è stata tra le prime in Italia dedicate alla promozione delle CER. Non si è limitata a prevedere incentivi, ma ha introdotto un approccio sistemico: ha consentito l’utilizzo di fondi pubblici, ha istituito un tavolo regionale permanente e ha previsto strumenti operativi come il censimento dei tetti pubblici disponibili e il futuro Registro regionale delle Comunità Energetiche Rinnovabili.
Oggi disponiamo anche di dati che permettono di dare una misura concreta del fenomeno. Nel nostro ultimo monitoraggio abbiamo censito 104 esperienze di CER presenti sul territorio regionale, di cui 98 con sede legale in Emilia-Romagna. Di queste, 28 risultano operative e già riconosciute dal GSE, mentre le altre sono legalmente costituite e stanno completando il percorso di riconoscimento.
Sono numeri con un loro valore statistico che ci consentono non solo di misurare il fenomeno, ma anche di studiarlo, individuando modelli, punti di forza e criticità.
La distribuzione delle CER sul territorio regionale è omogeneo oppure si concentrano su alcune aree?
La dislocazione è piuttosto interessante perché mostra una presenza diffusa in Regione; pur tuttavia si osserva una certa concentrazione lungo la Via Emilia, dove risiedono anche la maggior parte della popolazione e delle attività economiche, ma le esperienze sono presenti anche nelle aree montane e nei territori più periferici. Questo significa che le CER stanno trovando applicazione in contesti molto diversi tra loro: città, piccoli comuni, aree interne e territori rurali.
Per noi è importante visualizzare questa distribuzione attraverso strumenti di mappatura perché ci permette di comprendere non solo dove nascono le Comunità Energetiche, ma anche come si sviluppano, come impattano sui territori e quali modelli risultano più efficaci in determinati contesti.
Dai vostri studi emergono modelli ricorrenti?
Sì e questo è uno degli aspetti più interessanti del lavoro che stiamo svolgendo.
Abbiamo individuato tre grandi modelli: il primo è quello che definiamo “public driven”, cioè guidato dall’amministrazione pubblica. In questo caso il Comune svolge un ruolo centrale e la Comunità Energetica nasce come strumento per perseguire obiettivi di interesse pubblico, ambientale e sociale; il secondo è il modello “collaborativo”, che molto spesso assume la forma cooperativa. Qui troviamo soggetti che decidono di aggregarsi sulla base di interessi condivisi, che possono essere economici, sociali o ambientali. Abbiamo infine definito il terzo modello “developer”, nel quale il punto di partenza è lo sviluppo di un parco impianti che rende sostenibile la crescita della Comunità Energetica e ne favorisce l’espansione.
Quando mettiamo insieme il modello organizzativo, il contesto territoriale e il livello di sviluppo della CER emerge una notevole varietà di casi. Questa ricchezza rappresenta un patrimonio prezioso perché permette di comprendere meglio quali dinamiche funzionano e in quali condizioni.
Possiamo già parlare di maturità del modello CER?
Direi che bisogna essere prudenti. Oggi siamo in grado di osservare molte esperienze e di individuare alcune dinamiche ricorrenti, ma il concetto stesso di maturità va letto su una scala temporale più lunga. Le Comunità Energetiche non rappresentano semplicemente una nuova modalità di produzione e consumo dell’energia, ma introducono un paradigma diverso che riguarda la relazione tra cittadini, territori, istituzioni e sistemi energetici.
Per questo motivo mi aspetto che nei prossimi anni vedremo evoluzioni significative nei modelli organizzativi, nelle dimensioni delle comunità e nelle modalità di funzionamento.
In altre parole, stiamo osservando una fase iniziale di consolidamento, ma la vera maturità del modello si misurerà probabilmente nel medio e lungo periodo.
Uno degli aspetti che emerge spesso nel dibattito è il ruolo della comunità rispetto all’accento sulla dimensione energetica. Quanto conta questo elemento?
Il legislatore non ha scelto casualmente il termine “comunità”. Se l’obiettivo fosse stato semplicemente ottimizzare i consumi energetici si sarebbe parlato di altro.
Le esperienze che osserviamo dimostrano che il solo vantaggio economico raramente è sufficiente a motivare la partecipazione dei cittadini o a garantire nel lungo periodo la sostenibilità della gestione. Per questo motivo ritengo che il futuro delle CER passi dalla loro capacità di diventare piattaforme territoriali in grado di aggregare servizi e opportunità.
Parliamo di servizi sociali, iniziative per le famiglie, strumenti di supporto alle persone anziane, servizi di mobilità condivisa, mobilità elettrica, gestione intelligente dell’energia e, più in generale, tutto ciò che contribuisce a migliorare la qualità della vita di una comunità. È qui che vediamo il potenziale più interessante.
Quindi la CER può diventare un laboratorio di innovazione territoriale?
Esattamente. Se guardiamo alle dinamiche che stanno interessando le città e i territori, vediamo una crescente attenzione verso nuovi modelli di vivibilità urbana.
Penso, ad esempio, alle esperienze legate ai Positive Energy District o ai modelli di città dei quindici minuti, naturalmente reinterpretati in funzione dei diversi contesti. La CER può diventare uno dei nodi attorno ai quali aggregare servizi energetici, mobilità elettrica, sistemi digitali, Internet of Things, domotica e altre innovazioni. Quando questi elementi iniziano a dialogare tra loro, il valore della CER supera largamente quello della semplice condivisione dell’energia.
Quale ruolo può avere il sistema regionale nell’accompagnare questo processo?
Credo che sia fondamentale mantenere aperto il dialogo tra tutti gli attori coinvolti. Da una parte ci sono i centri di ricerca, i cluster e le imprese innovative che stanno lavorando su tecnologie e servizi avanzati. Dall’altra cittadini, amministrazioni locali e imprese che devono prendere decisioni concrete e spesso si trovano di fronte a una notevole incertezza tecnologica.
È importante creare spazi di confronto che aiutino a capire quali investimenti siano davvero utili e sostenibili, come si stiano evolvendo le tecnologie e quali opportunità siano realisticamente da cogliere. In questo senso il tavolo regionale permanente previsto dalla legge rappresenta uno strumento molto importante.
Si parla sempre più spesso di CER regionali o addirittura nazionali. È una prospettiva credibile?
È una dinamica che stiamo già osservando. Nel nostro monitoraggio risultano diverse comunità energetiche che operano in Emilia-Romagna pur avendo sede legale fuori regione. Questo significa che il fenomeno della dimensione sovraregionale è già presente.
Se guardiamo alle configurazioni operative, il peso di queste esperienze aumenta ulteriormente. La questione è interessante perché piattaforme regionali o nazionali potrebbero beneficiare di importanti economie di scala e semplificare la gestione di alcuni servizi.
Tuttavia, esiste un equilibrio delicato da preservare. Le economie di scala sono certamente utili, ma non bisogna perdere il valore della dimensione comunitaria. Se viene meno il legame con il territorio, si rischia di perdere una delle ragioni fondamentali per cui le CER sono nate.
Che ruolo hanno le vostre imprese all’interno delle comunità energetiche?
Le imprese sono spesso attori fondamentali. Molto frequentemente rappresentano i soggetti che mettono a disposizione le superfici necessarie per gli impianti e quindi diventano elementi chiave per la crescita della Comunità Energetica.
Allo stesso tempo, però, per un’azienda esistono anche altre configurazioni energetiche che possono risultare più semplici o più convenienti; per questo la partecipazione a una CER assume un significato diverso, legato allo sviluppo territoriale e sociale. Significa contribuire alla crescita della comunità locale, entrare in relazione con cittadini che spesso lavorano all’interno delle imprese stesse; e con amministrazioni che devono creare le condizioni ottimali per gli insediamenti produttivi all’interno dei propri comuni.
Per questo ci interessa molto studiare come le specificità economiche delle diverse province possano generare modelli differenti di CER. Pensiamo ad esempio alle filiere agroalimentari dell’Emilia o ai grandi poli logistici presenti in diverse aree della regione.
Guardando al futuro, quali sono i punti nodali da affrontare?
La prima considerazione è che stiamo cercando di inserire un paradigma nuovo dentro infrastrutture tecnologiche, normative e fiscali che non erano state progettate per questo scopo.
È inevitabile che emergano problemi e che alcuni processi richiedano aggiustamenti.
Più che individuare una singola criticità, credo sia importante comprendere che si tratti di un’innovazione di sistema. Ogni soluzione apre nuove questioni e coinvolge soggetti diversi.
Per questo servono luoghi di confronto permanenti dove tecnici, istituzioni e operatori possano lavorare insieme.
Il 2030 è ormai prossimo; dove immagina le Comunità Energetiche?
Mi auguro che entro quella data le CER siano diventate una realtà consolidata e pienamente riconosciuta dai cittadini. Un primo grande risultato sarebbe già quello di fare in modo che ogni cittadino sappia cos’è una Comunità Energetica e quali opportunità offra.
Più in generale, penso che le CER possano diventare uno degli strumenti attraverso cui ripensare lo sviluppo dei territori, la qualità della vita nelle città e nelle aree interne e il rapporto tra innovazione, sostenibilità e partecipazione.
In questo senso il tema dell’energia è solo il punto di partenza: la vera sfida riguarda il futuro delle comunità e dei territori stessi, aree interne e montane comprese.