CER e aree interne: partire dai bisogni e dai desideri dei cittadini

Intervista a Sara Capuzzo, Direttrice, Responsabile Area Advocacy e Innovazione ènostra 

Negli ultimi anni hai seguito da vicino l’evoluzione delle Comunità Energetiche Rinnovabili. Facendo un primo bilancio, qual è lo stato dell’arte oggi, anche alla luce della vostra esperienza e del vostro modello cooperativo?

Ritengo una premessa corretta dire che in Italia sul tema delle Comunità Energetiche si sia lavorato moltissimo. L’introduzione della tariffa premio è stata una grande opportunità perché ha permesso da subito di alzare l’attenzione sull’argomento; un provvedimento importante anche confrontando la situazione italiana con quella di altri Paesi che non hanno potuto godere di un meccanismo analogo e, di conseguenza, hanno fatto molta più fatica a sensibilizzare un pubblico ampio.

In Italia la tariffa premio ha rappresentato un forte elemento di richiamo ma al tempo stesso ha fatto crescere aspettative irrealistiche Da un lato si è alimentata l’idea di un risparmio impossibile – con il tormentone iniziale “azzera la bolletta” – e dall’altro si è diffusa la convinzione che le Comunità Energetiche rappresentassero un grande business. La pratica sul campo dice che le CER non azzerano la bolletta e non sono un business. 

Sono invece un modello profondamente rivoluzionario per il concetto che sta alla base: mettere insieme interessi molto diversi attorno ai temi dell’energia rinnovabile e dei servizi alla comunità. Questa è la vera rivoluzione. È proprio parametrandoci su questo obiettivo che i risultati al momento non sono soddisfacenti in termini di numeri; al contrario esistono molte iniziative locali che stanno dando grandi soddisfazioni, comprese alcune che ènostra segue direttamente o quelle a cui ènostra ha messo a disposizione i propri impianti collettivi. Nel complesso, però, non si può dire che si sia ancora riusciti a costruire comunità allargate attorno ai progetti energetici.

L’indirizzo della Direttiva europea prevedeva che le CER fossero proprietarie degli impianti. Lo afferma chiaramente anche il Citizen Energy Package (CEP), pubblicato il 10 marzo dalla CE, e viene ribadito nelle raccomandazioni successive, diffuse il 30 aprile dalla stessa CE. Il framework normativo insiste sull’obiettivo di decuplicare entro il 2030 la potenza installata di proprietà delle Comunità Energetiche.

In Italia, invece, si contano ancora su una mano le CER realmente proprietarie degli impianti; fin dall’inizio il modello è stato interpretato in modo diverso rispetto al concetto originario, che se perseguito avrebbe portato a più iniziative di successo.

Il problema è nel trovare un adeguato equilibrio finanziario?

Naturalmente una Comunità Energetica appena costituita incontra difficoltà oggettive nell’accedere al credito e agli strumenti finanziari necessari per realizzare impianti di proprietà. Tuttavia, lavorando sia sul fronte degli strumenti finanziari garantiti sia sulla raccolta di capitale, questa difficoltà può essere superata. Noi insistiamo su questo punto perché è un ambito che conosciamo bene e lo abbiamo dimostrato in modo concreto; ad oggi ènostra ha operato senza accedere ad alcun meccanismo incentivante, semplicemente affiancando la raccolta di capitale a un prezzo dell’energia fissato al costo di produzione (la cosiddetta tariffa prosumer riservata ai soci sovventori). Oggi, con la tariffa premio delle CER, esiste addirittura una leva in più che potrebbe essere utilizzata per stimolare ulteriormente la raccolta di capitale e creare soggetti economicamente più solidi.

Da qui si origina un altro tema importante. Il fatto che siano nate moltissime iniziative di dimensioni molto ridotte, spesso costituite come semplici associazioni con l’obiettivo principale di ripartire l’incentivo, rappresenta un limite già in partenza. È evidente che un soggetto nato esclusivamente attorno a un incentivo difficilmente potrà essere sostenibile nel lungo periodo. Se parliamo di una cooperativa, stiamo parlando comunque di un’impresa, seppur senza finalità di lucro. Serve quindi un vero modello di business, capace di garantire sostenibilità economica, perseguire obiettivi chiari e generare impatti duraturi. La semplice ripartizione di un incentivo per vent’anni non può rappresentare una base sufficientemente solida. Anche per dare modo a questi progetti di consolidarsi e pianificare la propria evoluzione futura, auspico che venga rimandata la scadenza del 31 dicembre 2027 come termine ultimo per costituire nuove Comunità Energetiche che accedano alla tariffa premio. Ritengo sia una richiesta assolutamente legittima, innanzitutto perché sono stati necessari due anni solo per definire il quadro normativo e rendere operativo il modello. Due anni durante i quali, di fatto, non è stato possibile sviluppare pienamente le iniziative. Sarebbe quindi ragionevole concederne almeno un paio in più.

Dietro questi progetti c’è stato uno sforzo enorme: economico, organizzativo e umano. Le Regioni, i Comuni e tanti soggetti pubblici hanno investito risorse importanti per costruire iniziative credibili e realmente orientate alla comunità. Vanificare oggi tutto questo significherebbe disperdere un patrimonio enorme.

Costruito su più elementi e sulla base di competenze trasversali… 

Esattamente. Un patrimonio economico, di relazioni e soprattutto di credibilità. Ed è proprio la credibilità uno degli aspetti più compromessi in questi anni, perché troppo spesso sono state fatte promesse che poi non era possibile mantenere a causa di ritardi e vincoli burocratici.

Le CER assumono ancora più valore per il senso di comunità che possono alimentare; dimensione economica, sociale e ambientale si intrecciano sempre.

Assolutamente. Nella loro concezione originaria le Comunità Energetiche raggiungono contemporaneamente questi obiettivi se vengono costruite nel modo giusto e con una pianificazione chiara. Proprio per questo è un peccato non riuscire a centrare pienamente questo traguardo.

Nel Citizen Energy Package, pubblicato il 30 aprile scorso, tra le raccomandazioni della Commissione europea rivolte agli Stati membri c’è proprio l’invito a prevedere meccanismi incentivanti capaci di fare da driver per la nascita e il consolidamento di iniziative come le CER.

Da questo punto di vista, stoppando il meccanismo l’Italia abbandonerebbe la strada giusta che aveva già intrapreso. Se davvero si chiudesse la possibilità di costituire nuove Comunità Energetiche il 31 dicembre dell’anno prossimo, significherebbe compromettere il successo di molti progetti già avviati. E, soprattutto, in tempi così brevi, diventerebbe praticamente impossibile realizzare Comunità proprietarie degli impianti, ovvero attuare concretamente il modello di CER caldeggiato dalla CE.

Si parla della possibilità di aggregare all’interno delle Comunità Energetiche servizi diversi, non soltanto energetici ma sociali. Come vedi questa possibile evoluzione? È una strada che state già percorrendo?

Un aspetto per noi centrale fin dal primo giorno. Già nelle prime presentazioni pubbliche dicevamo che l’energia rappresentava un driver per costruire qualcosa di molto più ampio e impattante. L’obiettivo non è mai stato soltanto produrre e condividere energia, ma aggregare una comunità attorno a interessi comuni. Naturalmente trovando equilibri a favore di tutte le categorie. In Sardegna per esempio, abbiamo fatto convergere le esperienze di Villanovaforru e Ussaramanna, tra le prime Comunità Energetiche nate nel 2021 nel regime transitorio delle CER, in un unico soggetto costituito come cooperativa di comunità e impresa sociale, che coinvolge anche il Comune di Siddi. Nata il 3 giugno, Energie di Marmilla conta già 130 membri e rappresenta il punto di arrivo di un lungo percorso che prefigura ora la fase più sfidante. L’obiettivo è che l’energia diventi uno degli strumenti attraverso cui la cooperativa realizza impianti di proprietà dando pieno significato al concetto di CER. Ma non solo La nuova CER si occuperà anche di servizi alla persona, di servizi turistici e di tutte quelle attività capaci di generare valore per il territorio, risolvendo bisogni e al contempo cogliendo nuove opportunità.

In questo percorso abbiamo investito molto anche nella formazione dei giovani e delle risorse locali, azione particolarmente importante, soprattutto quando parliamo di aree fragili. Se si fa formazione e si creano opportunità di lavoro, si offre una ragione concreta per restare sul territorio invece di cercare altrove il proprio futuro.

L’obiettivo è contribuire, anche se con piccoli passi, a contrastare lo spopolamento. Non immaginiamo risultati immediati o rivoluzionari, ma se anche solo due famiglie decidono di rimanere grazie a queste opportunità, significa che si sta già invertendo un declino demografico che, in molti territori, dura da anni. Spesso si tratta di ambiti con potenzialità enormi, molto superiori a quelli che immaginiamo vivendo nelle grandi città. Esistono risorse ancora inespresse che meritano di essere valorizzate.

In effetti il tema delle aree interne è al centro di molte riflessioni, ma manca ancora una vera strategia nazionale che ricostruisca il rapporto tra città, aree rurali e territori montani. 

Anche per questo vedo le Comunità Energetiche come uno strumento concreto contro lo spopolamento, soprattutto se riescono ad aggregare servizi legati alla salute, allo sport, alla cultura, al turismo e ad una migliore qualità della vita della comunità.

Nel progetto abbiamo coinvolto direttamente i cittadini chiedendo non solo quali fossero i loro bisogni, ma anche quali fossero i loro desideri.

Se ci si limita ai bisogni, ti risponderanno che serve poter fare la spesa nel paese vicino o avere accesso a una visita medica. Ma se chiedi quali sono i desideri, l’orizzonte si allarga ed emergono risposte completamente diverse: qualcuno ti dice che vorrebbe un corso di cucina sarda, qualcun altro un’attività culturale, un sentiero per il trekking o uno spazio di incontro per attività ricreative anche tra generazioni diverse.

Sono iniziative che spesso non hanno costi elevati ma possono generare un impatto sociale molto importante. E soprattutto fanno sentire di essere ascoltati e di essere parte attiva del processo di cambiamento.

Quindi si tratta soprattutto di mettere in rete bisogni e desideri.

Esatto, la parte più complessa è proprio questa, ma si tratta di un punto chiave anche per rendere una cooperativa sostenibile. I servizi devono essere utili per gli utenti e, allo stesso tempo, economicamente sostenibili per la cooperativa. Non è una passeggiata certo, ma possibile. La storia e i traguardi raggiunti da ènostra rappresentano un esempio prezioso e aiutano ad essere ambiziosi e a guardare lontano.

 E’ importante lasciare spazio al territorio e a ciò che emerge dal basso. Noi non viviamo in quei luoghi. Abbiamo iniziato insieme nel 2020 e costruito la fiducia nel tempo. Oggi siamo divenuti partner amici in un percorso di coprogettazione che incoraggia le persone a spendersi e immaginare percorsi nuovi.

In questo senso la Comunità Energetica diventa un soggetto aggregatore non solo di persone ma di una visione comune.

È così, ma serve anche una buona dose d’entusiasmo per contagiare positivamente le persone con proposte solide, concrete; in molti territori c’è una forte disillusione ed è difficile immaginare un futuro diverso da quello che si vive ogni giorno. Invece si tratta di luoghi che possono rifiorire. 

Il tema dello spopolamento delle aree interne dovrebbe essere prioritario per il nostro paese.[1] 

L’idea è proprio quella di costruire un modello replicabile. Però, se davvero tutto dovesse fermarsi il 31 dicembre 2027, diventerebbe molto difficile dare continuità a questo percorso.

C’è poi un altro tema che secondo me merita di essere evidenziato e riguarda il PNRR.

Nella maggior parte dei progetti che abbiamo affiancato non si è fatto ricorso al PNRR. In qualche caso abbiamo presentato richieste per piccoli impianti, ma non è mai stato l’elemento centrale del nostro lavoro, mentre a livello nazionale, soprattutto dall’estate del 2025 in poi, la “saga” del PNRR ha assorbito completamente l’attenzione, sia mediatica che politica.  L’intera macchina operativa del GSE è stata impiegata per risolvere i disservizi causati da una comunicazione (intempestiva e controversa) rispetto alle risorse disponibili e ai termini per accedervi. 

. Nel frattempo, però, tutti i progetti che non hanno richiesto i fondi del PNRR sono rimasti pesantemente rallentati se non addirittura bloccati alla loro fase embrionale.

Prendiamo, a titolo di esempio, Cerqua, la Comunità Energetica di Gubbio nata nel 2024 a cui ènostra ha messo a disposizione l’impianto eolico da 1 MW del Castiglione. E’ un progetto molto bello, spiccatamente sociale, supportato da ènostra, ma cresciuto praticamente dal basso, grazie alla determinazione e all’entusiasmo dei giovani attivisti che se ne sono fatti promotori.  Oggi conterebbe circa 120 membri (incluse oltre 20 imprese, di cui alcune particolarmente energivore), arrivando a condividere una quota importante dell’energia immessa dall’impianto. Ma il condizionale è d’obbligo perché, a causa dell’immobilismo del GSE nella gestione delle richieste di integrazione, ancora oggi il numero dei membri risulta fermo ai dati di luglio 2025. Il GSE non ha infatti ancora recepito ben cinque richieste di integrazione dell’ultimo anno (58 consumer, ma anche alcuni prosumer) perciò risulta che la CER conti solo 441 membri, mentre ad oggi il numero sarebbe triplicato e dal 5 la condivisione di energia sarebbe cresciuta proporzionalmente. 

A questo si aggiunge un altro elemento critico. In base alle Regole del GSE, i dati di condivisione definitivi vengono trasmessi entro il mese di maggio dell’anno successivo all’anno di riferimento. Nell’attesa, il GSE eroga mensilmente una quota di incentivi sempre uguale, presumendo che la CER condivida il 60% dell’energia immessa dagli impianti. La combinazione tra il grave ritardo nel recepire le richieste di integrazione (con corrispondente ritardo nell’adeguamento dei dati di condivisione reale) e l’erogazione della tariffa premio pari al 60% di energia condivisa complica pesantemente la gestione amministrativa delle CER, inclusa la ripartizione delle quote ai soci consumer. Con un impianto da 1 MW il paradosso è particolarmente evidente: nel corso del 2025 la CER ha incassato 81.400 euro, ma sulla base dei dati di prelievo effettivi dei 41 soci ufficialmente registrati, nel ricalcolo avvenuto tra maggio e giugno 2026 è emerso che oltre 67.000 euro vanno stornati come credito del GSE nei confronti della CER. Tale conguaglio non tiene conto, però, degli ulteriori 58 soci che, poiché l’incentivo viene maturato in base alla data di richiesta, una volta registrati avranno effetto retroattivo sulla quota premio maturata. Quando anche questi saranno ufficiali, il GSE dovrà effettuare un ulteriore conguaglio, questa volta a vantaggio della CER. Nel frattempo, nelle casse della CER giacciono decine di migliaia di euro che, in assenza di dati ufficiali e definitivi, non possono essere toccati. E’ molto difficile, spiegare la situazione ai cittadini che hanno aderito da un anno e che, di fatto, non risultano ancora censiti. Non compaiono gli impianti, non compaiono gli aggiornamenti: tutto è fermo. E questo impatta anche su quanti hanno aderito già dal 2024: si stima che alle famiglie socie di Cerqua spettino in media circa 100 €/anno, mentre per le PMI il valore medio è intorno ai 1.300 €/anno. Ma non basta. Parallelamente restano bloccati i progetti sociali su cui la CER punta molto sin dalla nascita e a cui per regolamento destina circa il 40% dell’incentivo. Parliamo di decine di migliaia di euro che Cerqua destinerebbe al territorio, sulla base di bandi per la selezione delle progettualità più meritevoli, ma che nonostante la liquidità in cassa, non può impiegare.

Pur considerando le specificità di ciascuna CER, si può dire che l’esperienza di Cerqua è la storia di molte centinaia di CER in Italia, perché di fatto tutte le Comunità Energetiche si trovano costrette a lavorare senza dati definitivi, pur sapendo che la tariffa premio verrà riconosciuta retroattivamente. È una modalità di gestione che rende molto difficile programmare lo sviluppo.

In pratica è difficile capire con precisione quale sia stato l’effettivo sviluppo della Comunità?

Esattamente Per sbloccare la situazione sarebbe necessario separare completamente i due canali PNRR e non. Chi gestisce le Comunità Energetiche che non usufruiscono dei contributi a fondo perduto dovrebbe poter lavorare con procedure dedicate e tempi molto più rapidi. Paradossalmente queste CER richiedono meno risorse pubbliche, l’iter burocratico è molto più semplice e, nonostante questo, finiscono per essere penalizzate. È una situazione profondamente iniqua.

Anche perché per la maggior parte dei casi stiamo parlando di progetti che hanno una forte valenza identitaria. Se viene meno il riconoscimento del lavoro svolto si rischia di disgregare tutto ciò che con tanta fatica è stato costruito. 

Cosa chiedete dunque al GSE?

Le CER stanno facendo la loro parte. Serve, però, che anche la macchina amministrativa sia messa nelle condizioni di far funzionare il meccanismo, nel rispetto delle risorse, del lavoro e della credibilità di chi opera nei territori. Per sbloccare la situazione, ènostra sollecita il GSE ad agire rapidamente su quattro fronti:

  • gestire separatamente le pratiche PNRR dai progetti che maturano solo la tariffa premio in modo da garantire opportuno presidio e tempestivo supporto alle CER già registrate;
  • sbloccare rapidamente le richieste di integrazione rimaste in sospeso dal 2025 (alcune da oltre 15 mesi!) e comunicare alle CER i dati di condivisione definitivi del 2025 (includendo nel consuntivo tutti i membri ancora in sospeso); 
  • anticipare la data di comunicazione dei dati di condivisione relative all’anno concluso entro il mese di febbraio (marzo al massimo) in modo da consentire alle CER di chiudere i bilanci e di ripartire le quote di incentivo dovute a consumer, prosumer e produttori terzi e di mettere a terra i progetti territoriali;
  • introdurre tempi massimi di risposta e un sistema di monitoraggio dello stato delle pratiche.

Infine, allo scopo di snellire una burocrazia ingiustificatamente onerosa chiediamo di semplificare la richiesta dei dati tecnici relativi agli impianti da inserire in configurazione, considerato che le stesse informazioni sono già presenti sia nel portale GAUDI di Terna che negli archivi dei distributori locali.

Ci dai una tua opinione sulle Comunità Energetiche regionali o nazionali? Come le valuti?

Personalmente ritengo che, quando il territorio diventa troppo esteso, si perda il vero significato di Comunità Energetica. Una comunità ha senso se riesce davvero a costruire relazioni e partecipazione. Se invece nasce principalmente per cogliere un’opportunità economica – che sia la tariffa premio o il PNRR – allora l’obiettivo cambia traiettoria. In questi casi il concetto di comunità rischia quasi di diventare un peso. Ci sono singoli operatori che seguono centinaia di configurazioni; per noi sarebbe impensabile, dato che sappiamo quanto tempo e quanta cura richieda accompagnare davvero una comunità. Non è una critica, semplicemente sono due approcci e modelli completamente diversi.

ènostra è nata quando ancora non esisteva alcuna tariffa premio e sappiamo che questo modello può funzionare. Se a questa esperienza si aggiunge una reale forza territoriale, le opportunità di sviluppo diventano enormi.

Guardando ai prossimi anni, quali saranno secondo te le principali sfide?

La prima è certamente quella di evitare di disperdere tutto il patrimonio costruito finora, prorogando la possibilità di costituire nuove Comunità Energetiche che possano accedere alla tariffa premio per almeno due anni oltre il 2027, recuperando, come detto, il tempo necessario all’avvio della macchina burocratica.

La seconda riguarda l’energy sharing. Quando questo modello entrerà davvero a regime, sarà importante capire in che modo potrà integrarsi con le Comunità Energetiche. Le CER potranno diventare il soggetto capace di mettere insieme questi due strumenti, cercando di far sì che il concetto di scorporo in bolletta, che per sua natura ha un carattere individuale, non vanifichi gli impatti sociali che le iniziative collettive sanno determinare.

Il timore è che oggi si sia poco propensi a prorogare il percorso delle Comunità Energetiche proprio perché si attende l’introduzione dell’energy sharing, Ma ci vorrà del tempo per mettere a terra questo nuovo meccanismo. 

Credo che oggi nessuno possa dire di conoscere davvero questo modello, semplicemente perché non è ancora stato sperimentato nella pratica: né il legislatore, né gli operatori, né le Comunità Energetiche stesse. A questo proposito è importante cogliere l’opportunità stabilita da Arera con la delibera 223/2026 in cui si prevede una prima fase di valutazione delle prime soluzioni per la condivisione dell’energia rinnovabile per sperimentare concretamente il modello prima che vengano scritte regole definitive. Lo scopo è capire, per esempio, come realizzare lo scorporo in bolletta e verificare sul campo il funzionamento del sistema e i ruoli di ciascuno stakeholder. Noi saremo ben lieti di partecipare attivamente a questa nuova sperimentazione e contribuire alla messa a regime dell’energy sharing in Italia.