Intervista a Violetta Scipinotti, CEO E2.0
Il team di E2.0 è stato tra i primi a credere nelle Comunità Energetiche Rinnovabili, con un approccio pionieristico e una forte attenzione sia ai servizi sia all’impatto sociale. Quando è nata questa esperienza e come si è sviluppata?
Ci siamo occupati di CER praticamente da subito, fin da quando è uscita la prima norma provvisoria a inizio 2020. Anzi, i primi studi li abbiamo avviati ancora prima, quando è stata pubblicata la direttiva europea nel dicembre 2018, anticipando il recepimento in Italia. Appena la normativa è entrata in vigore abbiamo scritto un primo paper sull’argomento e dato il via nel 2023 alla CER Le Vele, la prima Comunità Energetica del Comune di Roma. È stata un’esperienza fondamentale, perché ha fatto da apripista a molte altre esperienze sul territorio nazionale, nata anche grazie alla definizione del regolamento del Comune di Roma sulle CER nato dall’egregio lavoro dell’Ufficio Clima diretto da Edoardo Zanchini.
L’esperienza de Le Vele è il perfetto esempio di come la transizione energetica possa diventare uno strumento di solidarietà pura quando convergono le giuste volontà. Il progetto è decollato grazie alla fortissima spinta e alla lungimiranza della Presidente dell’Istituto Vaccari Saveria Dandini De Sylva, che ha creduto fin dal primo istante nel valore sociale dell’iniziativa e ha lottato con determinazione per superare ogni ostacolo burocratico e strutturale.
Da questo impulso è nata un’alleanza straordinaria: l’intero impianto fotovoltaico è stato infatti completamente donato dal Banco dell’energia e da Edison. Per noi, questo modello rappresenta la vera essenza delle CER: grandi player energetici e fondazioni del Terzo Settore che uniscono le forze per azzerare i costi energetici di una struttura assistenziale, consentendo di reinvestire quelle risorse direttamente nei servizi dedicati ai ragazzi più fragili. Non si è trattato solo di installare pannelli su un tetto vincolato, ma di dimostrare che il contrasto alla povertà energetica si fa con azioni concrete, azzerando le barriere economiche iniziali per le realtà che ne hanno più bisogno.
Da lì è iniziato un percorso di supporto a molte altre realtà: Comunità Energetiche che avevano partecipato ai bandi ma si erano fermate agli studi di fattibilità, oppure che avevano bisogno di modificare la propria natura giuridica durante il percorso. In un certo senso abbiamo svolto una sorta di “soccorso istruttorio” per accompagnarle verso la realizzazione concreta.
C’è sempre qualcuno che fa da apripista mettendo a disposizione competenze, risorse e passione.
Le prime esperienze sono state una palestra preziosa per tutto il settore e oggi ci consentono di lavorare sulle CER in maniera più strutturata e consapevole. Vorrei però chiarire un equivoco che emerge spesso nel dibattito pubblico: non esistono Comunità Energetiche “più sociali” di altre dal punto di vista della cornice normativa, perché il quadro di riferimento è comune e richiede l’assenza di scopo di lucro e criteri di ripartizione dei benefici attentamente orientati anche verso i consumatori vulnerabili.
La differenza reale riguarda soprattutto il soggetto promotore e il modo in cui interpreta questo strumento. Una CER promossa da un ente pubblico, da un soggetto del Terzo settore o da un insieme di imprese assume vocazioni e priorità diverse. Questo incide sulla tipologia di servizi che la comunità decide di attivare e sul modo in cui i benefici vengono reinvestiti sul territorio, ma non modifica la natura di fondo dello strumento né la possibilità di generare valore sociale in modo significativo.
La vostra prima CER è nata in un contesto fortemente urbano come il Comune di Roma. Successivamente avete replicato il modello su territori decisamente eterogenei. Partire da una realtà così complessa è stato un vantaggio oppure ha rallentato in termini temporali il periodo di sperimentazione?
Intervenire nel Primo Municipio di Roma è stato estremamente impegnativo. Ci siamo confrontati con edifici storici, fabbricati sottoposti a vincoli, l’Istituto Leonarda Vaccari e un contesto nel quale, affacciandosi dal tetto, si vede la Basilica di San Pietro. Inserire un impianto fotovoltaico in un’area di questo tipo ha richiesto un lavoro approfondito sulla normativa, un dialogo continuo con le istituzioni e soluzioni progettuali molto attente.
Questa complessità si è rivelata però una palestra straordinaria: ci ha permesso di maturare competenze tecniche avanzate e ci ha costretto a sviluppare un approccio creativo, capace di cercare vie possibili anche laddove, in apparenza, le condizioni sembravano scoraggianti. Oggi quell’esperienza ci consente di affrontare Comunità Energetiche in contesti altrettanto complessi con maggiore sicurezza e con strumenti metodologici più robusti.
Patrimonio storico e diversi livelli di competenza della pubblica amministrazione avranno aggiunto ulteriori complessità.
Il Comune di Roma presenta le difficoltà tipiche di molte amministrazioni, con in più la presenza della Soprintendenza, l’operare nel Primo Municipio e i vincoli puntuali sugli edifici coinvolti. Tutto questo ha reso necessario uno studio particolarmente approfondito delle norme e degli strumenti disponibili, al fine di individuare soluzioni che garantissero al tempo stesso tutela del patrimonio e attivazione di impianti fotovoltaici coerenti con la transizione energetica.
Le competenze maturate in questo percorso sono poi state messe a disposizione di altri Comuni e di altri enti che si trovavano ad affrontare problemi analoghi, soprattutto in presenza di luoghi di pregio storico-artistico. Tra i progetti successivi si colloca, ad esempio, l’impianto fotovoltaico della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, in Piazza della Repubblica a Roma, oggi in fase di realizzazione: un intervento particolare, con moduli installati sulle terrazze superiori e soluzioni ad hoc pensate per quel contesto.
Si tratta di un modello non replicabile ovunque, per via dei costi e delle specificità tecniche, ma rappresenta un esempio concreto di come sia possibile conciliare tutela del patrimonio e transizione energetica. L’esperienza della CER Le Vele ci ha insegnato proprio questo: non fermarsi di fronte alle difficoltà e dimostrare che la transizione può valorizzare il capitale culturale esistente, creando nuovi equilibri tra innovazione, sostenibilità e bellezza.
Dopo Roma avete lavorato ad Arezzo, trovando vocazione e sensibilità differenti.
Ad Arezzo è emersa con forza la volontà di costruire una Comunità Energetica non soltanto come infrastruttura tecnica, ma come strumento di coesione sociale, partecipazione e solidarietà territoriale. In questo caso il percorso è partito dal Comune, ha coinvolto la Fondazione Arezzo Comunità, Aisa Impianti e altri soggetti del territorio, dando vita a una esperienza che si è configurata fin dall’inizio come Comunità Energetica Rinnovabile e Solidale, quindi non solo orientata alla produzione condivisa di energia rinnovabile, ma anche alla generazione di benefici sociali diffusi.
La particolarità di Arezzo sta proprio in questa impostazione: la dimensione “solidale” non viene aggiunta come elemento accessorio, ma è parte costitutiva del modello, come mostra anche la denominazione AR.CERs / AR-CER-S adottata localmente. La costruzione della comunità ha richiesto un forte lavoro di tessitura istituzionale e territoriale, con l’obiettivo di coinvolgere cittadini, imprese e soggetti sociali in una cornice capace di produrre valore condiviso e di rafforzare il legame tra transizione energetica e comunità locale.
In questo senso, l’esperienza di Arezzo rappresenta per E2.0 un caso esemplare di CER urbana che integra sostenibilità ambientale, inclusione sociale e costruzione di senso di appartenenza. È un modello che dimostra come una comunità energetica possa diventare non solo uno strumento di autoconsumo e condivisione dell’energia, ma anche una leva concreta di welfare territoriale e di partecipazione civica.
E2.0 si identifica con percorsi che portino a benefici sociali curando al tempo stesso e in modo concreto il tema sostenibilità.
La nostra storia nasce nel Terzo settore, nell’associazionismo e nelle realtà senza scopo di lucro. Quando sono state introdotte le CER abbiamo colto subito che non si trattava solo di un nuovo modello di generazione energetica, ma di uno strumento capace di creare valore sociale e di favorire forme nuove di cooperazione territoriale.
La comunità energetica possiede una natura ibrida, che richiede di tenere insieme dimensioni diverse. Per questo oggi operiamo attraverso due realtà distintamente configurate: da una parte E2.0 che svolge il ruolo di Energy Service Company, dall’altra l’associazione Scenario B che affianca le pubbliche amministrazioni e gli enti del Terzo settore nelle fasi di co-progettazione e implementazione.
Abbiamo scelto di mantenere questi due ambiti separati per ragioni etiche e professionali. Quando si lavora con enti senza scopo di lucro, infatti, è fondamentale utilizzare gli strumenti previsti dal Codice del Terzo settore, come l’articolo 55, che abilita forme di collaborazione dedicate con le PA. Parallelamente una ESCo è in grado di gestire gli aspetti finanziari e imprenditoriali, consentendoci una visione integrata sulla possibilità di costruire modelli economicamente sostenibili che generino risorse da reinvestire sul territorio.
Conosciamo le criticità che in termini demografici si registrano nelle aree interne. Le CER possono rappresentare un’occasione per invertire una tendenza verso lo spopolamento che pare incontrovertibile?
Le Comunità Energetiche Rinnovabili non sono una soluzione miracolosa allo spopolamento, ma possono diventare uno strumento molto concreto di presidio territoriale, capace di rafforzare i legami tra persone, imprese e istituzioni locali. Nelle aree interne, dove spesso si sommano fragilità economiche, isolamento dei servizi e perdita di opportunità per i giovani, una CER può contribuire a creare un nuovo motivo per restare, investire e cooperare sul territorio.
Le CER aiutano innanzitutto perché generano valore locale: l’energia prodotta e condivisa resta nel territorio, i risparmi possono essere reinvestiti in servizi di comunità, e i benefici economici possono sostenere iniziative utili alla popolazione, dalle famiglie vulnerabili alle piccole imprese. In questo modo la CER non è solo un impianto o una configurazione tecnica, ma diventa una infrastruttura sociale ed economica di prossimità.
Inoltre, una CER può attivare nuova economia locale in modo circolare, ad esempio: favorendo l’installazione e la manutenzione di impianti da parte di tecnici, imprese e artigiani del territorio, creando servizi collegati, come sportelli energia, assistenza alle famiglie, comunità di pratica e percorsi di formazione, reinvestendo una parte dei benefici in progetti sociali, ambientali o educativi, coinvolgendo imprese locali come nodi attivi della transizione, non solo come utenti finali, costruendo reti tra amministrazioni, Terzo settore e realtà produttive per sviluppare servizi ancillari e nuove forme di mutualità territoriale.
Questo è particolarmente importante nelle aree interne, perché una CER può contribuire a rendere il territorio più attrattivo non solo dal punto di vista energetico, ma anche sul piano della qualità della vita, della partecipazione e dell’identità comunitaria. Se ben governata, diventa un elemento che rafforza il senso di appartenenza e che rende più evidente che il territorio non è solo un luogo da cui partire, ma anche un luogo in cui vale la pena costruire futuro.
Per quanto riguarda il ruolo di E2.0, il nostro lavoro dentro l’Osservatorio CER di ENEA e nel tavolo UNI si colloca proprio in questa logica: contribuire a trasformare le CER da esperienze ancora frammentate a strumenti riconoscibili, misurabili e di qualità. Nell’Osservatorio portiamo un punto di vista molto operativo, maturato sul campo, che aiuta a leggere le CER non solo come oggetti normativi o energetici, ma come dispositivi capaci di produrre impatto sociale, partecipazione e sviluppo locale.
Sul fronte UNI, il lavoro riguarda invece la costruzione di standard condivisi che aiutino a dare più chiarezza al settore. L’obiettivo è definire criteri, linguaggi e riferimenti comuni che rendano le CER più affidabili, più leggibili per cittadini e istituzioni, e più solidi anche dal punto di vista organizzativo e qualitativo. In altre parole, il nostro contributo è quello di portare l’esperienza concreta delle CER dentro un processo di definizione tecnica e normativa, affinché lo strumento possa crescere in modo ordinato e utile ai territori.
Ci piace pensare che le CER funzioneranno davvero quando diventeranno un aggregatore di servizi. Dal punto di vista normativo il quadro consente già di pensare in questi termini?
Il quadro normativo attuale apre già alcune possibilità in questa direzione, pur con elementi ancora in evoluzione. Un esempio concreto è la Comunità Energetica costituita sul lungolago di Bracciano, per la quale è stata scelta la forma giuridica della cooperativa sociale, composta esclusivamente da imprese accomunate da obiettivi condivisi.
Il progetto è promosso da Women20 (W20, gruppo ufficiale del G20 dedicato all’uguaglianza di genere e all’empowerment femminile), realtà con forte capacità di interlocuzione internazionale presieduta da Elvira Marasco. Per costituire questa cooperativa sono state coinvolte nove imprese del territorio, che hanno aderito al progetto principalmente per tre motivi: aprire un dialogo stabile e costruttivo con la pubblica amministrazione; fare sistema contro lo spopolamento e l’impoverimento economico del lago di Bracciano; sviluppare attività imprenditoriali con una forte attenzione all’ambiente, beneficiando della dimensione collettiva anziché affrontare il percorso in solitudine.
Quando si parla di servizi ancillari, gruppi di acquisto, compravendita di energia o fondi rotativi, si fa riferimento a strumenti importanti, alcuni già maturi altri ancora in fase di consolidamento. Ma il punto centrale, a nostro avviso, è un altro: la comunità energetica va rafforzata non per sé stessa, bensì perché diventi un dispositivo sempre più utile al territorio e alle persone che lo abitano. È questa la differenza sostanziale..
In questo percorso vi confrontate spesso anche con il mondo cooperativo. Come affrontate la scelta della forma giuridica più adatta?
Non abbiamo un modello predefinito, ogni progetto nasce da un’analisi del territorio, delle persone coinvolte e degli obiettivi che si vogliono raggiungere. Valutiamo quale sia la soluzione che presenta il minor rischio, il costo più sostenibile e i tempi di realizzazione più rapidi. Naturalmente il tema del finanziamento della Comunità Energetica è strettamente collegato al soggetto promotore. Se è una piccola impresa che vuole creare una CER, per sostenere il welfare aziendale per esempio, normalmente consigliamo una struttura molto snella, come un’associazione non riconosciuta, soprattutto quando l’impianto iniziale è di piccole dimensioni. Se invece il progetto coinvolge più imprese, più amministrazioni pubbliche e richiede investimenti più consistenti, allora la soluzione può essere una Fondazione di partecipazione, perché il livello organizzativo ed economico cambia completamente. In questi casi anche i costi iniziali, compresi quelli notarili, assumono un peso diverso. Per questo motivo non adottiamo mai una soluzione standard: ogni Comunità Energetica deve essere costruita sulla base delle esigenze specifiche del soggetto promotore e, come detto, del territorio.
Che cosa pensi delle Comunità Energetiche regionali o nazionali?
Noi stessi abbiamo costituito una Comunità Energetica nazionale, EasyCER, perché crediamo possa avere un senso; naturalmente questo non ci impedisce di accompagnare chi desidera realizzare una propria Comunità Energetica locale. Se una PA vuole una CER che porti il nome del proprio Comune, perché rappresenta uno strumento identitario per il territorio e per i cittadini, è giusto che lo faccia. Ma le Comunità Energetiche regionali e nazionali sono importanti perché contribuiscono a superare una visione oggi troppo limitata del fenomeno. Naturalmente serve grande attenzione gestionale, ma se un’organizzazione opera già su base regionale o nazionale, è logico che sviluppi anche una Comunità Energetica con la stessa articolazione territoriale. In questi casi la configurazione è coerente con la struttura dell’ente.
Quindi una governance ampia può convivere con interventi radicati sui singoli territori?
Esattamente. Una Comunità Energetica nazionale può diventare un interlocutore molto autorevole nei confronti delle istituzioni. Ha maggiore peso, accumula più esperienza e può contribuire in modo significativo alla definizione delle politiche pubbliche. Detto questo, credo che esista ancora una lacuna normativa importante che ben identifichi le CER o le reti di CER. Questa distinzione oggi non è ancora sufficientemente definita. Per questo motivo ritengo fondamentale lavorare sugli standard e sono favorevole alla certificazione della qualità delle Comunità Energetiche, indipendentemente dal fatto che siano locali, regionali o nazionali. Ognuna di esse dovrebbe rispettare criteri condivisi e verificabili, così da garantire qualità, trasparenza e affidabilità.
Quale pensi sia la priorità assoluta per lo sviluppo delle CER?
Vorrei fossero finalmente riconosciute come una categoria autonoma, che esistesse un vero codice ATECO nuovo dedicato, un registro nazionale ad hoc all’interno dei registri delle imprese e del RUNTS e un sistema ufficiale di riconoscimento degli enti che operano in questo ambito. Questo permetterebbe di superare l’attuale fase transitoria e consentirebbe alle CER di diventare esse stesse soggetti economici pienamente riconosciuti. Oggi, invece, siamo ancora in una situazione nella quale banche e assicurazioni stanno cercando di capire come inquadrare questi nuovi soggetti. Dovremmo invece arrivare al punto in cui siano direttamente le CER a sviluppare strumenti finanziari dedicati, senza dover attendere che altri costruiscano prodotti pensati per loro. Questo rappresenterebbe un salto di qualità decisivo.
C’è un progetto che meglio rappresenta la vostra idea di Comunità Energetica?
Ce ne sono diversi, ma quello di Arezzo già citato ritengo sia estremamente interessante, perché dimostra come una CER possa diventare uno strumento concreto di sviluppo del territorio. Naturalmente continuo poi a considerare fondamentale l’esperienza de Le Vele, che rappresenta un laboratorio permanente nel cuore di Roma e per la quale continuiamo a sviluppare nuove progettualità in collaborazione con l’Istituto Vaccari, dove la tecnologia viene utilizzata per costruire servizi innovativi destinati ai ragazzi più fragili. Vorrei inoltre citare la CER Pigneto; nata da un piccolo nucleo di persone sta coinvolgendo progressivamente un intero quartiere. Un’autentica rivoluzione, un processo che nasce dal basso e che, poco alla volta, sta contribuendo alla creazione di un forte senso di appartenenza. Dal punto di vista imprenditoriale invece, penso alla CER Idrovolanti, dove emerge con forza il tema della collaborazione tra imprese e la capacità di utilizzare la Comunità Energetica come leva di sviluppo economico locale. Sia su Cer Le Vele sia su Cer idrovolanti stiamo sperimentando poi la tokenizzazione degli incentivi in CER grazie a Enea ed al nostro partner Giva Misura. Riteniamo che questa dei token nono debba rimanere ancora a lungo una frontiera, ma che diventi una realtà e uno sviluppo importante per l’economia delle CER.
Modelli diversi che contribuiscono a transizione energetica e creazione di comunità.
Ogni Comunità Energetica rappresenta un’esperienza diversa e ogni territorio interpreta questo strumento secondo le proprie esigenze. È proprio questa varietà a renderle così interessanti. Da un lato c’è il coinvolgimento dei cittadini, dall’altro quello delle imprese, delle pubbliche amministrazioni e del Terzo Settore. Ogni progetto aggiunge un tassello nuovo e contribuisce a costruire un modello sempre più maturo. Per questo motivo credo sia importante continuare a documentare queste esperienze e a raccontarne l’evoluzione nel tempo.