Intervista a Maria Adele Prosperoni, Responsabile Servizio Ambiente ed Energia di Confcooperative
Il ruolo delle cooperative nella diffusione delle Comunità Energetiche Rinnovabili appare sempre più centrale. Quali vantaggi offre rispetto ad altre forme organizzative?
Se vogliamo partire dall’esperienza italiana, bisogna ricordare che esiste una tradizione che ha in qualche modo ispirato anche il modello delle Comunità Energetiche a livello europeo. Mi riferisco alle cooperative elettriche storiche, nate nell’arco alpino tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, in territori dove l’energia non arrivava e dove nessuno era disposto a investire.
In quelle aree, marginali sia dal punto di vista geografico che economico, i cittadini si sono organizzati autonomamente, hanno realizzato impianti idroelettrici e creato cooperative per produrre e distribuire energia. Il valore aggiunto di quelle esperienze è stato enorme: non solo hanno promosso la produzione da fonti rinnovabili per l’autoconsumo, ma hanno utilizzato il valore generato dall’energia per sostenere lo sviluppo delle comunità locali.
Le risorse economiche derivanti dalla produzione e dalla vendita dell’energia sono state infatti reinvestite sul territorio, diventando una leva di sviluppo economico e sociale. Questo modello è alla base dell’idea stessa di Comunità Energetica.
Quando la normativa europea parla di governance democratica, di prossimità territoriale e utilizza la parola “comunità” prima ancora di quella “energia”, sta indicando chiaramente una configurazione che utilizza l’energia come strumento per creare valore collettivo.
La cooperativa, da questo punto di vista, è naturalmente predisposta a svolgere questo ruolo. L’articolo 45 della Costituzione riconosce infatti la funzione sociale della cooperazione e ne sottolinea la finalità mutualistica. Questo significa produrre benefici per i soci e per il territorio in cui si opera.
I principi cooperativi – governance democratica, partecipazione, mutualità, adesione aperta, responsabilità verso la comunità – coincidono in larga misura con quelli che caratterizzano le Comunità Energetiche. Inoltre, la cooperativa non nasce per distribuire utili, ma per perseguire uno scopo mutualistico. Questo riduce fortemente il rischio di derive speculative, che nel settore delle energie rinnovabili rappresentano sempre una possibilità concreta.
State lavorando molto anche sul tema dei servizi alla comunità. Quanto è importante rafforzare la dimensione sociale delle CER?
È un tema fondamentale. L’energia deve essere considerata uno strumento e non il fine ultimo. Le Comunità Energetiche funzionano davvero quando riescono a trasformare il valore prodotto dagli impianti in servizi per il territorio. È una riflessione che stiamo portando avanti anche con ENEA: rafforzare la componente comunitaria senza perdere il valore di quella energetica. Due dimensioni che devono procedere insieme. Se una CER si limita a produrre energia e distribuire incentivi, rischia di perdere gran parte del proprio potenziale trasformativo. Se invece utilizza le risorse generate per finanziare servizi, welfare locale e iniziative di interesse collettivo, allora diventa realmente uno strumento di sviluppo territoriale.
In questi mesi si parla molto di spopolamento delle aree interne. Le Comunità Energetiche possono contribuire a contrastarlo?
Sicuramente sì. In generale il mondo cooperativo presidia i territori sotto diverse forme: agricole, consumo, sociali, abitazione, cultura, sanità, lavoro e servizi. Ma il fenomeno più interessante è probabilmente quello delle cooperative di comunità. Si tratta di realtà ancora poco conosciute ma in forte crescita. Dal punto di vista giuridico possono assumere forme diverse ma condividono tutte la stessa finalità: prendersi cura del territorio e della comunità locale.
Molto spesso nascono dall’iniziativa di giovani che vedono il proprio paese spopolarsi progressivamente o andare incontro a un lento degrado. Attraverso la cooperativa recuperano immobili, riattivano servizi, aiutano la popolazione anziana, organizzano attività economiche e sociali.
In molti casi si occupano di servizi molto concreti: accompagnano gli anziani, fanno la spesa per chi è in difficoltà, recuperano edifici abbandonati, valorizzano il patrimonio locale. Sono esperienze che operano prevalentemente nelle aree interne e nei piccoli comuni e rappresentano oggi uno degli strumenti più efficaci per contrastare lo spopolamento.
Esistono casi particolarmente significativi che possono essere citati come riferimento?
Un riferimento importante è il lavoro svolto da Confcooperative Habitat, la federazione nazionale di Confcooperative che segue molte delle esperienze più innovative nel settore dell’abitare e delle cooperative di comunità. Inoltre, stiamo osservando con interesse quanto sta accadendo in Trentino, dove molte Comunità Energetiche si stanno strutturando proprio come cooperative di comunità. In questi casi gli incentivi energetici vengono utilizzati per finanziare servizi territoriali e iniziative di interesse collettivo.
Si tratta di un modello particolarmente interessante perché unisce la produzione di energia rinnovabile alla capacità di generare valore sociale.
Spesso si discute del rapporto tra Comunità Energetiche e generazione di valore economico. È un tema compatibile con la filosofia delle CER?
Assolutamente sì, purché si distingua tra creazione di valore e speculazione. Le Comunità Energetiche non nascono per fare profitti, ma questo non significa che non debbano generare risorse economiche. Anzi, quel valore è necessario per sostenere attività e servizi; il punto è capire come viene utilizzato. Noi stiamo cercando di evitare che gli incentivi si traducano semplicemente in qualche decina di euro restituita alle famiglie. Sarebbe un’occasione persa. Molto più interessante è utilizzare quelle risorse per finanziare servizi condivisi, di welfare, per esempio, ai soci della Comunità Energetica. In questo modo il beneficio economico si trasforma in un beneficio collettivo più ampio.
Il rischio principale è che invece le CER vengano utilizzate come strumenti speculativi, per massimizzare rendimenti finanziari. In questi casi la comunità diventa un elemento accessorio e l’obiettivo reale è soltanto remunerare l’investimento.
Quando tutta la ricchezza generata viene assorbita da soggetti esterni e il territorio non riceve alcun beneficio reale stiamo tradendo lo spirito originario delle CER.
Per questo riteniamo importante che le comunità mantengano, per quanto possibile, la titolarità degli impianti e il controllo delle decisioni strategiche. Solo così il valore prodotto può restare all’interno della configurazione e tradursi in benefici concreti per soci e territorio.
Dal punto di vista della mutualità, una CER può offrire vantaggi diretti ai propri membri?
Certamente. Uno degli elementi tipici della cooperazione è proprio quello di offrire servizi ai soci a condizioni migliori rispetto a quelle di mercato. Questo è un principio fondante della mutualità. Le cooperative elettriche storiche, per esempio, producono energia e la cedono ai soci, garantendo condizioni vantaggiose. Oggi molte Comunità Energetiche stanno ampliando il concetto di servizio, offrendo supporto su efficienza energetica, consulenza relativa ai consumi, pianificazione energetica domestica e assistenza tecnica.
L’energia diventa quindi il punto di partenza per costruire un ecosistema più ampio di servizi.
In generale, a che punto siamo oggi nello sviluppo delle Comunità Energetiche in Italia?
La situazione è piuttosto complessa. Abbiamo attraversato una fase sperimentale che ha prodotto diversi rallentamenti e successivamente una fase caratterizzata da numerosi interventi normativi e incentivanti. Sul piano fiscale persistono ancora molte incertezze. Non è sempre chiaro come debbano essere trattati gli incentivi, quali differenze esistano tra associazioni e cooperative e come possano essere redistribuiti i benefici ai soci. A questo si sono aggiunti continui cambiamenti negli strumenti incentivanti, dai fondi PNRR alle misure legate a Transizione 5.0, che hanno generato forte instabilità. Molti soggetti hanno programmato investimenti sulla base di regole che sono poi cambiate nel tempo.
Esistono inoltre problemi infrastrutturali rilevanti. In alcuni territori le cabine primarie risultano già sature e questo rallenta o blocca l’allacciamento dei nuovi impianti. Le sfide aperte riguardano quindi contemporaneamente aspetti normativi, fiscali, infrastrutturali e finanziari.
Tra le Comunità Energetiche che avete seguito, quali ritieni più interessanti?
È interessante il fatto che non esista un modello unico. Possiamo annoverare esperienze molto diverse tra loro. Ci sono le cooperative di comunità, particolarmente diffuse nel Nord Italia, che utilizzano la CER come strumento di presidio territoriale. Abbiamo il progetto sviluppato da alcune cooperative sociali; in questo caso gli incentivi vengono utilizzati per rafforzare servizi di welfare e inclusione sociale.
Esistono poi esperienze nate dall’iniziativa congiunta di associazioni imprenditoriali, cooperative, artigiani e camere di commercio, per progetti sviluppati in Regione Umbria.
Altre configurazioni hanno visto il coinvolgimento diretto di diocesi e parrocchie, che hanno assunto il ruolo di promotori e aggregatori territoriali.
La vera ricchezza del fenomeno è proprio questa capacità di adattarsi alle caratteristiche dei singoli territori.
Qual è la tua opinione sulle CER regionali o nazionali?
È un tema che continua a suscitare dibattito. Personalmente ritengo che una struttura regionale o nazionale possa offrire importanti economie di scala. Avere una governance unitaria consente di ridurre costi amministrativi e organizzativi.
Tuttavia, esiste una condizione fondamentale: non bisogna perdere la dimensione territoriale. La direttiva europea richiama chiaramente il principio di prossimità. Questo significa che ogni configurazione locale deve poter mantenere una propria autonomia, sia nella gestione sia nell’utilizzo delle risorse.
Se si riesce a combinare una struttura organizzativa efficiente con il rispetto delle specificità territoriali, il modello può funzionare molto bene; se invece una CER nazionale diventa semplicemente uno strumento per aggregare consumatori senza alcun legame con le comunità locali, allora si perde il senso stesso della Comunità Energetica.
Un tema strategico per il nostro paese è quello della gestione della risorsa idrica. Esistono punti di contatto con il mondo delle CER?
Sempre di più. Nel settore agricolo stiamo osservando progetti molto interessanti che integrano produzione energetica e gestione sostenibile dell’acqua.
Un esempio significativo è quello di Caviro, uno dei principali gruppi vitivinicoli italiani, che ha realizzato un importante impianto agrivoltaico su vigneto. L’obiettivo non è soltanto produrre energia, ma anche ridurre il fabbisogno irriguo grazie all’ombreggiamento garantito dai pannelli. Oggi è sempre più necessario strutturare percorsi in grado di integrare energia, agricoltura e adattamento climatico.
Sono esperienze che meritano grande attenzione perché mostrano come la transizione energetica possa dialogare con altre infrastrutture strategiche dei territori.
Guardando al futuro, quali saranno le priorità di Confcooperative sul fronte delle Comunità Energetiche?
Stiamo lavorando su diversi fronti. In passato abbiamo realizzato strumenti divulgativi e vademecum rivolti a cooperative, enti religiosi e comunità locali. Oggi però il quadro normativo evolve così rapidamente che è necessario aggiornare continuamente le informazioni. Una delle attività principali riguarda la realizzazione di una piattaforma dedicata e di una mappatura nazionale delle Comunità Energetiche promosse dal sistema cooperativo. L’obiettivo è duplice: da un lato accompagnare la crescita delle CER con strumenti operativi e informativi, dall’altro valorizzare le esperienze che stanno generando impatti positivi sui territori.
Crediamo davvero che il futuro delle CER dipenda dalla loro capacità di essere non soltanto strumenti per la produzione di energia rinnovabile, ma veri motori di sviluppo locale, innovazione sociale e coesione territoriale. In questa prospettiva riteniamo che la cooperativa sia la forma giuridica che meglio consente di coniugare obiettivi energetici, di sostenibilità e di reale mutualità, producendo benefici per l’ambiente, per i soci e per le comunità.