Intervista a Marco Donadoni, Presidente HServizi S.P.A.
Presidente Donadoni, qual è il suo pensiero sulle CER e quali sono i punti focali su cui farle evolvere nel nostro Paese?
Quando, circa un anno fa, parlavo delle Comunità Energetiche Rinnovabili come di uno strumento capace di creare un nuovo senso di comunità, ero convinto, e lo sono ancora, che rappresentassero una delle innovazioni più interessanti della transizione energetica.
Le CER non erano semplicemente un modo diverso di produrre energia. Erano un modo diverso di costruire relazioni tra cittadini, imprese e istituzioni. Non a caso, nel pensare al simbolo della nostra Comunità Energetica (CER Sinergia) abbiamo scelto un ponte: un elemento di connessione tra persone, amministrazioni, associazioni, imprese e persino tra territori diversi. L’energia era il mezzo, non il fine.
Oggi, però, credo sia necessario fermarsi e fare una riflessione onesta, perché il rischio che vedo non è il fallimento delle Comunità Energetiche, il rischio è molto più grave: che venga meno la fiducia delle persone.
In questi mesi abbiamo assistito alle incertezze generate da bandi PNRR, modifiche normative, interpretazioni non sempre univoche, procedure estremamente complesse, difficoltà operative nei rapporti con il GSE e una burocrazia che spesso ha rallentato anche i soggetti più preparati.
A tutto questo si è aggiunta una comunicazione istituzionale inadeguata.
Non crede si sia posto troppo l’accento sui vantaggi economici per i cittadini?
Si, troppo spesso le Comunità Energetiche sono state raccontate come uno strumento capace di “far risparmiare sulla bolletta”, senza spiegare realmente come funzionassero gli incentivi e quali fossero i meccanismi economici che li sostengono.
Il risultato è stato inevitabile. La diffidenza iniziale, che ritenevo fisiologica, si è trasformata in scetticismo. Molti cittadini si aspettavano benefici immediati che, nella pratica, non hanno ancora visto. Nel frattempo, il carico amministrativo e burocratico per chi ha scelto di investire seriamente in questo modello è diventato sempre più pesante.
Ed è un peccato, perché sappiamo che il modello europeo funziona, è la sua attuazione italiana che mostra oggi limiti evidenti, il problema è il contesto nel quale lo abbiamo inserito.
Tra i temi sul tavolo c’è quello delle dimensioni ideali di una CER e delle relative gestioni.
Oggi molti operatori del settore iniziano inoltre a condividere una preoccupazione che fino a poco tempo fa rimaneva sullo sfondo: l’attuale configurazione economica delle CER rischia di non essere sufficientemente attrattiva e sostenibile anche nel medio periodo. La nascita di tante realtà di piccole dimensioni, pur animata dalle migliori intenzioni, comporta inevitabilmente costi organizzativi elevati, difficoltà gestionali e una frammentazione che rischia di indebolire il sistema anziché rafforzarlo.
Le Comunità Energetiche sono nate per promuovere partecipazione, condivisione e sviluppo locale, non per creare l’ennesimo sistema percepito come complicato, burocratico e comprensibile soltanto agli addetti ai lavori.
Nel frattempo, il dibattito tra gli operatori sta già guardando oltre.
Sappiamo quanto in generale i processi innovativi siano spesso guidati più da incentivi economici che da strategie paese; è stato così anche per le CER. Ma adesso?
Quando gli incentivi termineranno, le CER saranno chiamate a sostenersi attraverso il mercato dell’energia, i servizi di flessibilità della rete, l’autoconsumo evoluto e, probabilmente, nuovi servizi energetici e commerciali.
Per qualcuno si tratta di un’evoluzione naturale, io credo che proprio questa fase renda ancora più importante preservarne i principi fondativi; per questo ritengo indispensabile evitare ulteriori ritardi nel completamento del recepimento delle direttive europee e aprire una riflessione seria sull’estensione del sistema incentivante almeno fino al raggiungimento degli obiettivi nazionali di sviluppo. Interrompere il percorso prima che il modello abbia raggiunto una reale maturità significherebbe rischiare di disperdere il lavoro svolto finora.
Siamo in una fase in cui sarà indispensabile trovare modelli dettati dall’equilibrio economico senza perder di vista gli obiettivi con cui le CER sono nate.
Se il valore delle Comunità Energetiche verrà misurato esclusivamente sulla capacità di generare ritorni economici, inevitabilmente saranno avvantaggiati i grandi produttori, gli aggregatori e gli operatori del mercato. Il rischio è che cittadini, piccoli consumatori e famiglie, cioè coloro per i quali questo modello era stato immaginato, finiscano progressivamente ai margini.
Si creerebbe un paradosso, ovvero quello di uno strumento nato per democratizzare l’energia che si potrebbe trasformare in un mercato riservato a chi dispone già di capitali, competenze e capacità commerciali.
Per questo credo sia arrivato il momento di avere il coraggio di rivedere anche alcuni aspetti della disciplina vigente, occorre infatti favorire configurazioni più solide e sostenibili, agevolare la partecipazione dei condomini e creare condizioni che consentano alle Comunità Energetiche di evolvere da semplici configurazioni incentivate a vere infrastrutture energetiche territoriali.
Ma c’è un altro aspetto che considero ancora più importante: una Comunità Energetica non vive grazie ai pannelli fotovoltaici, vive grazie alle persone.
Un principio sacro che deve trovare strumenti concreti di attuazione. Coinvolgendo anche i giovani.
Se non investiremo nella formazione, nella comunicazione e nel coinvolgimento delle comunità locali, continueremo a costruire ottimi impianti senza costruire vere comunità. È necessario partire dalle scuole, dalle università, dalle associazioni e dai territori, affinché soprattutto le nuove generazioni comprendano che una CER non rappresenta soltanto un’opportunità economica, ma un diverso modo di interpretare il rapporto tra energia, ambiente e responsabilità collettiva.
Per questo ritengo che oggi il ruolo degli enti pubblici sia ancora più importante di quanto non fosse all’inizio; infatti, non basta promuovere la nascita delle Comunità Energetiche, occorre governarne l’evoluzione.
Significa garantire modelli di governance trasparenti, redistribuire equamente il valore prodotto, proteggere le fasce più vulnerabili, coinvolgere il sistema finanziario affinché accompagni gli investimenti e mantenga saldo quel principio di mutualità che rappresenta la vera ragione d’essere delle CER.
Si parla di CER come possibile strumento di sviluppo territoriale anche per le aree interne.
Le Comunità Energetiche non possono diventare semplicemente un nuovo segmento del mercato elettrico o un prodotto finanziario, devono diventare innanzitutto uno strumento di politica territoriale, sociale e anche energetica.
Per quanto mi riguarda continuerò a credere in questo modello, evidenziando con onestà le criticità; correggerne oggi le debolezze significa aumentarne le possibilità di successo domani. La vera sfida, infatti, non sarà costituire il maggior numero di Comunità Energetiche entro il 2027 ma di capire quante saranno ancora vive, economicamente sostenibili e realmente partecipate nel 2035.
Perché una Comunità Energetica non si misura dal numero degli impianti installati, ma dalla capacità di continuare a generare valore per il territorio anche quando gli incentivi saranno terminati; se perderemo questo obiettivo, avremo costruito soltanto un nuovo modello di mercato.
Se invece riusciremo a preservarne lo spirito originario, avremo costruito qualcosa di molto più importante: un nuovo patto di fiducia tra cittadini, istituzioni e territori.