Comunità energetiche: modello cooperativo e sviluppo territoriale

Intervista a Giorgio Nanni, Ufficio Energia e Ambiente Legacoop Nazionale

Le comunità energetiche rinnovabili stanno crescendo rapidamente in Italia. Qual è oggi il ruolo del modello cooperativo?

Oggi i dati del GSE ci dicono che le configurazioni CER riconosciute in Italia sono in forte crescita. Al 31 dicembre 2025 risultavano oltre 900 configurazioni riconosciute, mentre i soggetti giuridici erano circa 400. In questo panorama il modello cooperativo si sta ritagliando uno spazio molto importante, soprattutto per le comunità energetiche più strutturate. La cooperativa, infatti, è particolarmente adatta a quelle CER che vogliono crescere nel tempo, aumentare il numero dei soci, gestire impianti di proprietà e sviluppare servizi sul territorio. Ha caratteristiche che la rendono molto solida: l’autonomia patrimoniale perfetta tutela i soci, mentre la governance democratica – una testa, un voto – è perfettamente coerente con i principi previsti dal decreto legislativo 199/2021. Inoltre, il modello cooperativo è ideale per quelle comunità energetiche che non vogliono limitarsi a condividere energia, ma intendono costruire un progetto economico e sociale di lungo periodo.

Quali sono oggi i numeri delle cooperative energetiche aderenti a Legacoop?

Oggi parliamo di circa 70 cooperative, di queste 22 hanno già configurazioni CER riconosciute dal GSE. Complessivamente sono da considerare 88 configurazioni riconosciute, perché molte cooperative operano su più cabine primarie. Ritengo questo dato molto interessante: le cooperative rappresentano circa il 5% dei soggetti giuridici riconosciuti, ma arrivano al 16% dei kilowatt nella disponibilità delle CER italiane. Significa che, mediamente, le comunità energetiche cooperative sono più grandi e più strutturate. All’interno troviamo una composizione molto eterogenea: cittadini, piccole e medie imprese, enti locali e pubbliche amministrazioni. In diversi casi i Comuni sono entrati come soci delle cooperative energetiche, con pareri favorevoli anche da parte delle Corti dei Conti regionali.

Le CER possono diventare strumenti di sviluppo territoriale oltre che energetico?

Sì, assolutamente. Questo è probabilmente uno degli aspetti più interessanti delle comunità energetiche. Oggi siamo ancora in una fase iniziale e molte CER stanno muovendo i primi passi concreti solo adesso, ma i segnali sono già molto chiari. Le CER nascono quasi sempre con una forte attenzione al territorio e con l’idea di generare benefici collettivi. Alcune realtà hanno già iniziato a creare fondi sociali da destinare alla comunità locale. In piccoli comuni, ad esempio, i primi contributi economici hanno consentito di ridurre la retta dell’asilo nido per le famiglie più fragili. Parliamo ancora di numeri limitati, ma è un’indicazione importante: la CER può diventare un attivatore di servizi territoriali, di inclusione sociale e persino di nuova occupazione, soprattutto quando gestisce direttamente progettazione e installazione degli impianti.

Quindi la CER può trasformarsi in una piattaforma di servizi per la comunità?

È una direzione che molte realtà stanno già esplorando. Alcune cooperative stanno organizzando gruppi di acquisto per impianti fotovoltaici o per la fornitura di energia. Altre stanno sperimentando servizi collegati al welfare locale o iniziative per sostenere l’economia del territorio. La visione è abbastanza chiara: una volta che hai costruito una comunità di cittadini e imprese che condividono un progetto energetico, puoi sviluppare anche altri servizi collettivi. Naturalmente siamo ancora in una fase molto sperimentale. Prima di tutto le CER devono consolidarsi economicamente, ma il percorso è già avviato.

L’attuale scenario energetico può accelerare lo sviluppo delle comunità energetiche?

Credo di sì. L’aumento del prezzo dell’energia spinge cittadini e imprese interrogarsi su come consumare meglio e su come diventare meno dipendenti dal mercato energetico tradizionale. Entrare in una CER è un atto consapevole: significa voler capire quanto si consuma, quando si consuma e come si può condividere energia a livello locale. In questo senso la CER diventa uno strumento di empowerment del consumatore. Negli ultimi anni abbiamo visto una crescita enorme degli impianti da fonti rinnovabili, soprattutto fotovoltaici. Molte imprese e cittadini hanno capito che autoprodurre energia conviene. La CER rappresenta il passaggio successivo: non solo autoprodurre, ma condividere.

Le piccole e medie imprese come stanno reagendo?

Le PMI stanno iniziando ad avvicinarsi alle CER, ma probabilmente non siamo ancora a una piena maturazione del fenomeno. Sicuramente gli incentivi del PNRR hanno acceso l’interesse, ma le imprese spesso tendono ancora a preferire modelli dove mantengono un controllo diretto sull’energia prodotta. Registriamo casi interessanti soprattutto legati ad associazioni di categoria, ma in generale c’è ancora una certa difficoltà ad entrare in modelli realmente comunitari e condivisi. Il punto fondamentale sarà superare i silos: mettere insieme cittadini, imprese, enti pubblici e consumatori con profili energetici diversi. Sarà proprio questa diversità che renderà una CER più equilibrata e più efficace.

Come giudicate invece il dibattito sulle CER regionali o nazionali?

È necessario trovare un equilibrio, ed è una questione molto delicata. Da una parte una comunità energetica ha bisogno di massa critica per essere economicamente sostenibile. Dall’altra non deve perdere il rapporto con il territorio e con le persone. Una CER troppo piccola rischia di non avere sostenibilità economica. Una troppo grande rischia invece di perdere il senso autentico della comunità. Nel modello cooperativo questo equilibrio può essere costruito attraverso strutture territoriali autonome, con servizi centralizzati e decisioni legate alla comunità locale; ad esempio, come utilizzare un fondo sociale è una scelta che deve restare sul territorio.

Se oggi fossi al Ministero con la possibilità di decidere le priorità per le CER, cosa faresti?

La prima cosa sarebbe dare più tempo allo sviluppo delle comunità energetiche; la scadenza del 31 dicembre 2027 è molto vicina rispetto ai tempi necessari per progettare e realizzare impianti. Poi investirei molto nel rafforzamento delle strutture pubbliche che gestiscono autorizzazioni e valutazioni: GSE, ENEA e Ministero stanno facendo un lavoro enorme ma servono più risorse umane per accelerare i processi. Un altro tema fondamentale è quello di potenziare la ricerca sullo stoccaggio, le batterie possono diventare un elemento decisivo per l’evoluzione delle CER, soprattutto se gestite collettivamente. Infine, servirebbe intervenire sul tema regolatorio e sul cosiddetto “scorporo in bolletta”. È lì che le comunità energetiche possono davvero diventare uno strumento efficace contro il caro energia e acquisire piena autonomia economica.

Guardando al futuro, qual è la sfida più importante da lanciare con maggior convinzione?

Senz’altro far crescere le comunità energetiche senza perdere la dimensione comunitaria. Le CER non devono diventare semplicemente strumenti tecnici o finanziari: devono restare luoghi di partecipazione, condivisione e sviluppo territoriale.

È un percorso ancora giovane, ma le basi ci sono tutte. E i segnali che stiamo vedendo oggi fanno pensare che il fenomeno continuerà a crescere in modo significativo nei prossimi anni.